LA CONTROVERSE DE VALLADOLID

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LA CONTROVERSE DE VALLADOLID

Messaggiodi Sarettina31vedSmith il domenica 22 febbraio 2009, 19:28

LA CONTROVERSE DE VALLADOLID

Les hommes sont-ils tous égaux?
Fa rabbrividire, oggi, il fatto di sentir pronunciare questa frase, tanto più in francese, la stessa lingua che a fine ‘700 ha coniato il famoso motto: liberté, égalité, fraternité. Ed è proprio a partire da questo égaux, seguito da quello squallido punto interrogativo, che si snoda il romanzo di Jean-Claude Carrière, scrittore francese che pubblica nel 1992 “La controverse de Valladolid”, romanzo nel quale mette in scena la celebre disputa che ebbe luogo intorno il 1550 nell’omonima città spagnola.
Che Cristoforo Colombo, scoprendo l’America, abbia sollevato un bel polverone è cosa nota a chiunque abbia già frequentato la quarta elementare, ma forse non tutti eravamo a conoscenza del fatto che, dietro lo schiavismo che ha macchiato di vergogna i colonizzatori europei, c’è stato addirittura un processo, con tanto di giudice e tribunale…

Un processo per assolvere o condannare chi? Chi furono i protagonisti di questa controverse che dà il titolo al romanzo?

Il caro Colombo certo non immaginava che, scoprendo un nuovo continente, avrebbe condannato un altro continente alla schiavitù… anzi, lui non sapeva nemmeno di averne scoperto uno nuovo!
Fatto sta che, dalla fine del ‘500 fino ad ‘800 inoltrato, migliaia di africani sono stati sradicati dalla propria terra, trasportati in America e lì vergognosamente condannati a lavorare da e per i colonizzatori europei. Perché fino alla fine del ‘500 –quindi per la bellezza di un secolo – i colonizzatori spagnoli si sono “accontentati” di sfruttare la forza lavoro indigena, gli abitanti autoctoni del Nordamerica? Per quale motivo si è reso in seguito necessario lo sfruttamento degli africani, con la scomodità di doverli trasportare per mare tra due continenti?

"La Controverse de Valladolid" rappresenta il tentativo di mettere in scena la storia, di vederla per come si è svolta.

Nella metà del ‘500, in pieno periodo di sfruttamento degli indigeni americani si fa largo, tra le alte sfere dello Stato e della Chiesa spagnoli, la critica secca e decisa del monaco domenicano Bartolomé De Las Casas, il quale, sostenendo che gli Indiani d’America siano esseri umani, mette in crisi le basi su cui si fondava lo schiavismo.
A contrastare la sua opinione c’è il filosofo Sépulvéda, il quale si schiera fieramente contro la teoria dell’umanità degli indigeni.
Ecco quindi che nella città spagnola di Valladolid si apre un processo che gira intorno alla domanda "les Indiens, ont-ils une âme?”, interrogazione che provoca al lettore del Duemila un altro violento brivido di sconforto. Eppure è proprio così: nel ‘500 fu istituito un processo per decidere se gli Indiani d’America avessero o meno un’anima e se potessero conseguentemente godere dell’appellativo di “esseri umani”.

Incredibile? Vero.

Ecco quindi che i due protagonisti del processo si sfidano a colpi di dialettica e cercano, a turno, l’uno di far impallidire l’altro con la forza delle proprie convinzioni, ma alla fine sarà solo una persona a dire l’ultima parola: il Papa.
Le sentenze si rincorreranno senza lasciare un attimo di respiro… quand’anche verrà svelato il verdetto finale, il lettore non potrà smettere di rabbrividire, posto di fronte al colpo di scena finale: il Papa abbraccerà la teoria di Las Casas, per cui libererà gli indigeni dallo schiavismo ma, per salvare l’economia europea che risulterebbe inevitabilmente compromessa, dichiara che esiste un popolo che è moins humain que les Indiens.
È davvero necessario ricordare quale sia il popolo etichettato come meno umano degli Indiani e quindi meritevole di essere ridotto a schiavitù?
In questo modo il processo di Valladolid si chiude senza vincitori: non vince Sépulvéda, perché il Papa ha dato tecnicamente ragione a Las Casas. Non vince nemmeno Las Casas, perché non può accettare che ci siano degli esseri umani ufficialmente considerati “meno umani” di altri…

L’uomo del duemila…nove può rabbrividire quanto vuole, ma non può ignorare questo passato, non deve ignorarlo, perché il ricordo permette di non cadere più negli stessi errori e permette di godere delle conquiste che oggi, gennaio 2009, troviamo scritte a caratteri cubitali su ogni giornale.
La so anche in FRANCESE, in INGLESE e in TEDESCO... tiè... non mi sono sbagliata mai... tiè

Sono la Vedova, mi apre?!?!

14 dicembre 2008 ------> THE BEST DAY EVER!!!!!!
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Sarettina31vedSmith
 
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Re: LA CONTROVERSE DE VALLADOLID

Messaggiodi Luana il domenica 22 febbraio 2009, 21:50

Che bel romanzo!!!
Per il momento riesco a rispondere a una sola domanda: "Per quale motivo si è reso in seguito necessario lo sfruttamento degli africani, con la scomodità di doverli trasportare per mare tra due continenti?"
Per gli spagnoli sono meno informata
:( ma per quanto riguarda il Brasile, i portoghesi sono stati costretti a schiavizzare gli africani perchè erano gli unici disposti a lavorare per loro.
Allora...se la mia memoria ancora mi aiuta:
Gli indios brasiliani avevano delle caratteristiche particolari:vivevano puramente di sussistenza, cambiavano villaggio ogni dieci anni più o meno in modo che nel momento in cui cambiavano villaggio,nel punto in cui erano stati tagliati gli alberi c'era la possibilità che questi ricrescessero mentre loro si trovavano in un altro punto della foresta
Gli uomini erano incaricati della caccia e le donne dovevano provvedere a cucinare e badare ai bambini,la loro religione prevedeva che racconti e tradizioni fossero tramandate oralmente, gli indios non conoscevano né guerra né violenza ,quindi nel momento in cui i portoghesi hanno provato a costringere con la forza gli indios loro piuttosto che sottomersi a lavorare per loro, hanno preferito rifiutarsi e morire "ammutinandosi" piuttosto che a lavorare in quelle condizioni.
Un valido pretesto per lo sfruttamento inoltre era fornito dal fatto che alcuni indios praticavano l'omofagia.
Vale la pena precisare però che la persona uccisa era il "nemico sacro"che veniva imprigionato per un certo periodo,durante il quale poteva avere anche una donna, e nel momento in cui doveva essere ucciso gli veniva data la possibilità di difendersi.
Il corpo poi era diviso in parti uguali( giacché tra gli indios non c'era gerarchia all'interno del gruppo) e distribuito a tutti in modo che tutti potessero assorbire la forza del "nemico sacro".
E comunque colui che uccideva il "nemico sacro" in seguito doveva cambiar nome per non essere riconosciuto e punito nell'aldilà.
Quindi immaginate un pò cosa dev'essere stato per loro essere costretti a lavorare in condizioni disumane, per fare cosa poi? Per questa pseudo-superiorità dei colonizzatori portoghesi cristiani appena arrivati?
Attenti com'erano a salvaguardare la natura, era assurdo per gli indios distruggere la foresta per le piantagioni o peggio per l'oro( quando per gli indios il metallo " prezioso" era l'argento, perchè più raro).
Tra l'altro sempre per questa pseudo- superiorità della religione cristiana, il nome dato dai colonizzatori portoghesi al Brasile fu " Ilha de Santa Cruz"( Isola di Santa Croce) mentre gli indios la chiamavano " Pindoràma"( ossia " Terra delle palme").
Per quanto riguarda la "Liberazione degli schiavi" in Brasile fu concessa, ma da un giorno all'altro gli ex schiavi brasiliani si ritrovarono, oltre che senza un lavoro, senza un luogo dove poter dormire iniziando così a costruire e popolare le cosidette " favelas".
Spero di non avervi annoiato con questa mia piccola parentesi sul Brasile ...
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Re: LA CONTROVERSE DE VALLADOLID

Messaggiodi Ilaria il lunedì 23 febbraio 2009, 9:53

Sarettina31vedSmith ha scritto:L’uomo del duemila…nove può rabbrividire quanto vuole, ma non può ignorare questo passato, non deve ignorarlo, perché il ricordo permette di non cadere più negli stessi errori e permette di godere delle conquiste che oggi, gennaio 2009, troviamo scritte a caratteri cubitali su ogni giornale.

Benaugurante l’auspicio, a tutt’oggi ancora poco veritiero.
Infatti -nel 2009- possiamo indignarci per il lontano quesito sull’anima degli Indiani d’America, ma non possiamo chiudere gli occhi ed ignorare ciò che rappresenta la schiavitù del nuovo millennio.
Antonio Cassese, docente di diritto internazionale presso la facoltà di Scienze Politiche a Firenze, si sofferma -in un tratto del suo saggio "Il sogno dei diritti umani"- sulle attuali sfumature della problematica in oggetto.
Se la Convenzione Internazionale del 1926 attribuiva ancora ai conquistatori un “diritto di proprietà” sulle popolazioni dominate, oggi nessuno può più arrogarsi tale prerogativa.
Eppure il mondo è lontano dall’affermare pienamente l’uguaglianza di libertà e diritti che apre ottimisticamente la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Dall’Africa all’Asia, passando per alcuni Paesi europei, nuove forme di limitazioni vengono a configurarsi e restano imbattute, sullo sfondo ed ai margini di una crescente globalizzazione.
Sono probabilmente i fanciulli i più colpiti, ma non tralasciamo le donne e molti immigrati provenienti dal terzo e quarto mondo. Sfruttamento sessuale, una vera e propria compravendita di corpi; traffico illecito di organi, di cui vengono private le vittime di una società ingiusta; bambini-soldato, strumentalizzati ed instradati verso la più nera povertà, materiale e spirituale; lavoro minorile, una ferita tuttora sanguinante, che priva delle gioie dell’infanzia ancora troppi fanciulli nel mondo e consente ai grandi Paesi di arricchirsi, riducendo notevolmente i costi della manodopera.
Numeri e testimonianze che sconvolgono, storie che colpiscono e che riempiono le cronache quotidiane, giusto il tempo di rifletterci su qualche ora, giusto il tempo di prendere coscienza delle grandi disparità a livello planetario.
Le organizzazioni mondiali -tra cui primeggiano l’ONU e tutte le associazioni ad esso collegate- si sono adoperate al fine di lenire le sofferenze della schiavitù, conseguendo modesti risultati, ma tanto, tantissimo, resta ancora da fare.
L’unica via, da tutti osannata e sostenuta, è quella della cooperazione internazionale, di una collaborazione tra Stati, che consenta un’azione d’urto, duratura e soddisfacente.
Purtroppo sono gli stessi Paesi -spesso protagonisti di tali barbarie- a poggiarsi su strutture deboli ed inefficienti (governative quanto sociali) , i cui proventi accrescono i patrimoni di poche e potenti famiglie.
Una più ferrea legislazione interstatuale sarebbe il giusto deterrente, ma la strada da percorrere è ancora molto tortuosa e renderà impossibile, quanto meno in sostanza, l’affermazione piena della dignità umana nelle democrazie contemporanee.
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