“SIDDHARTA” E L'INFINITA RICERCA DI SE STESSI

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“SIDDHARTA” E L'INFINITA RICERCA DI SE STESSI

Messaggiodi Ilaria il venerdì 7 agosto 2009, 6:41

“Siddharta” e l'infinita ricerca di se stessi

Edito nel 1922, lo stesso Hesse definì “Siddharta” come un “poema indiano”, che conferisce all'autore un osannato Premio Nobel, nel 1946. Il romanzo scala le classifiche adolescenziali nel martoriato ventennio tra i due conflitti mondiali, offrendo risposte a domande ben più complesse di quelle esistenziali. Affrontando amabilmente l'allora inesplorato sentiero buddista, il libro tratta un tema sempre in voga, ovvero la ricerca di se stessi, attraverso l'accostamento ad esperienze di vita differenti, quanto valevoli ed ammissibili nell'ottica dell'essenza umana.
Il protagonista, Siddharta appunto, percorre da bambino un cammino spirituale, che lo porta a compenetrarsi con situazioni di povertà materiale e simbiosi con la natura, al fianco del suo migliore amico Govinda.
Egli assopisce - con ferma sapienza e sviluppata dimensione interiore - qualsiasi disagio fisico e psicologico (digiuno, astinenza dal sesso, isolamento dalla società), aspirando alla massima condizione di benessere e libertà, conosciuta con il nome di “Nirvana”.
Ma infinite sensazioni inespresse sono insite nell'animo, nel cuore e nel giovane corpo del protagonista, e restano indomabili con il solo ausilio della dottrina indiana e dei Maestri.
Siddharta parte allora per nuove mete, dal volto cittadino. L'incontro con la bella Kamala lo spinge all'esplorazione di nuove gioie, che spaziano dalla scoperta dell'amore fisico alla realizzazione dell'Io attraverso il lavoro, l'apprendimento di un mestiere, che metta a frutto impegno e sforzi quotidiani.
Arrivano dunque il denaro liquido e le ricchezze materiali, che offrono un personaggio dallo spirito rinnovato, aperto anche ai piaceri più profani e selvaggi, dal gioco d'azzardo all'accumulo di un lusso sfrenato. Ecco la prima grande trasformazione, che fa emergere in tutta la loro forza le debolezze tipiche dell'indole umana e che il protagonista credeva di poter arginare e placare dall'alto della spiritualità.
Se tutto risulta appagante e gratificante nei primi tempi, successivamente lo sfarzo e le facili conquiste diventano insostenibili: svuotano cuore e mente, inaridiscono la dimensione affettiva, spingono alla trasgressione senza offrire alcuna contropartita in ambito etico-morale. Ne consegue la fuga da questo regime di vita sregolato, ricco di false convinzioni e di eccessi, per lasciare il posto a tanti rimorsi e rimpianti, che sfociano in un'ipotesi di suicidio, sventata dall'incontro con il vecchio amico Govinda. Anche quest'ultimo non sembra pienamente soddisfatto del suo cammino puramente spirituale e stenta a riconoscere l'ex compagno nelle nuove vesti di lavoratore arricchito.
A cambiare il corso del romanzo sarà la morte di Kamala, rimasta incinta di Siddharta.
Il figlio, che porta il nome del padre, costituirà per quest'ultimo la più grande fonte di gioia agli inizi, e di preoccupazione in seguito, quando si mostrerà ostile nei confronti dell'apprendimento, del lavoro, della religione.
Incapace di gestire i moti di ribellione del ragazzo, Siddharta ricerca nel barcaiolo del fiume, Vesuveda, un appoggio, un consiglio, una risposta ai suoi perché, rivivendo in altre vesti il suo abbandono del nido familiare, avvenuto nell'infanzia per accostarsi ai grandi saggi. Il protagonista, dunque, lascerà che il figlio insegua i suoi sogni e la ricerca del suo Io, senza pretendere di ritrovarlo per ricondurlo al suo fianco.
Arricchisce la propria esistenza, fino alla fine dei suoi giorni, imparando dal fiume che la vita è un continuo divenire, un flusso inarrestabile di eventi, voci, persone, sensazioni, desideri e passioni.
Da qui la convinzione che non si possa apprezzare ed accettare una condizione umana senza averne saggiate altre, che non si smette mai d'imparare e di sbagliare, di ricercare una perfezione che sposi il proprio essere. Inoltre, l'amore per ciò che ci circonda, il senso di appartenenza, le esperienze, l'immaginazione e persino i silenzi, condiscono la nostra vita e le conferiscono quotidianamente una nuova linfa. Hesse ci suggerisce che non esistono Maestri infallibili, giudizi e verità assolute, bensì strade da percorrere, mondi paralleli a confronto, spunti di riflessione, punti di vista e tecniche di sopravvivenza ad hoc per ciascuno di noi.
Nessuno, al di fuori di noi stessi, può pienamente comprendere quale sia il personale sentiero; imporsi esclusivamente un obiettivo può significare bendarsi gli occhi, perseguire ostinatamente un solo tipo di felicità, senza aprire cuore e mente ad orizzonti sempre nuovi, scoperte, sogni.
Un libro che colpisce nel segno, che seduce con un linguaggio lirico ed ovattato, accattivante, intrigante. Sfide e riflessioni si intrecciano, si susseguono, aprono piccole finestre sul nostro mondo interiore e incitano a porsi interessanti quesiti su quanto di più intimo e profondo possiamo concepire.
Una trama che rapisce senza eccessive sovrastrutture e che non può lasciare indifferenti.
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Re: “SIDDHARTA” E L'INFINITA RICERCA DI SE STESSI

Messaggiodi Bella_Figheira il mercoledì 12 agosto 2009, 21:36

Ritengo che la prima cosa da dire sia che il mio approccio con Siddharta non è stato voluto: il libro mi è stato spedito come omaggio insieme ad altri che avevo acquistato e a quel punto, per l'amore che nutro per i libri, mi sembrava un affronto insopportabile lasciarlo illibato nel cassetto. Altrimenti posso assicurarvi che non lo avrei mai scelto, nè in biblioteca, nè in libreria; a meno che non fosse stato l'ultimo rimasto sulla Terra o avessi già letto tutti quelli che mi interessano davvero, ovvio.
Fin dalle prime volte che ne avevo sentito parlare mi sembrava quasi che non si avesse il coraggio di nominarlo, che se ne parlasse sottovoce, come se si trattasse di un libro mitico, leggendario: praticamente una sorta di Necronomicon moderno. E più ai miei occhi assumeva quest'aura di soprannaturale, più non riuscivo a capire cos'avesse di così speciale. E neanche avevo intenzione di saperlo.
Ora che l'ho letto e ne ho conosciuto il messaggio, mi è stato chiaro perchè questo è il genere di libro che deve essere contestualizzato con l'epoca in cui è stato scritto e il luogo dove è stato ambientato: se il 1922 fu l'anno di edizione, il successo arrivò solo una ventina d'anni dopo, quando i giovani di tutto il mondo ne compresero appieno il messaggio dirompente e rivoluzionario, soprattutto grazie alla predicazione del Mahatma Gandhi. D'altronde nel 1946, come nel 1922, nessuno aveva il coraggio, e neanche poteva permetterselo, di desiderare di vivere più di una vita nello stesso arco temporale nascita-morte. In India, poi, meno che in qualunque altro posto del mondo, data l'immobilità sociale che vi ha regnato - e in parte è ancora così - per secoli.
Ma Siddharta ci riesce, rinnovando sempre i propri stimoli attraverso l'identificazione di nuovi obiettivi da raggiungere. E allora, forse, non è un caso che sia stato un indiano, un Grande indiano, il primo a mobilitare le masse per la difesa dei diritti civili.
Non è un messaggio speciale, nè tantomeno unico, ma credo dovrebbe essere incluso tra le letture obbligatorie di una persona, soprattutto di coloro che sono annoiati dalla vita e non sanno cosa farsene del proprio respiro, delle proprie sensazioni e della propria fisicità. Spesso raggiungono molto velocemente il punto di rottura, ma a volte riescono a tornare dal nulla. Come Siddharta.
Salve! Oh ciao! Sono Bella Fighejra!
Mi pare ormai afferrato il concetto che sono proprio una gran bella fighejra
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